INDIE #20: “Desde allá – Ti guardo”

aprile 8th, 2016 | by Lorenzo Filippo Giardina
INDIE #20: “Desde allá – Ti guardo”
Birdmen

La sinestesia (dal greco sýn “assieme” e aisthánomai “percepisco”) è un procedimento retorico, per lo più con effetto metaforico, che consiste nell’associare in un’unica immagine due parole o due segmenti discorsivi riferiti a sfere sensoriali diverse.

- “Tuo padre è morto?

No, ma vorrei che lo fosse.

- E, se tu avessi dei figli, li picchieresti?

No.

- Io sì, per fargli capire cosa aspetta loro dalla vita.”

Desde allá – Ti guardo, presentato in anteprima e in concorso alla 72ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, inaspettatamente vince il Leone d’oro al miglior film. È il primo film sudamericano ad essere insignito di questo riconoscimento.

La pellicola è diretta e sceneggiata dal venezuelano Lorenzo Vigas, ambientata a Caracas, con protagonisti Alfredo Castro (Armando) e Luis Silva (Elder).

Mi permetto: il film è “una sinestesia in atti” e tratta del (forse) amore proibito fra Armando (un cinquantenne benestante che gestisce un laboratorio di protesi dentistiche) e Elder (un ragazzo di strada appena ventenne). I dialoghi sono ridotti all’osso e molti aspetti della trama sono appena sfumati, costringendo lo spettatore ad un arduo lavoro interpretativo. A volte, si ha la percezione che quegli sguardi profondi dei protagonisti, peculiari e ricorrenti nel film, dicano di più delle loro parole, che quei “sovrastanti” rumori struggenti e crudi, che scandiscono l’intera narrazione (completamente priva di colonna sonora), ne riflettano il senso stesso: mostrare una storia controversa, inaccettabile, un rapporto umano di amore e perversione, una storia che stride, una storia senza mezzi termini.

Ti guardo, per questo mi sono azzardato a definire il film “una sinestesia in atti”: Lorenzo Vigas lascia, magistralmente, che siano i suoni, i rumori e gli sguardi a parlare, ad indirizzare il nostro senso critico e la nostra interpretazione di ciò che stiamo vedendo, fino al finale, chiuso dalle sirene della polizia che arresta Elder e, seppur imperscrutabile, dallo sguardo in lacrime di Armando.

C’è tanto di non detto: che cosa muove realmente i comportamenti di Armando? Qual era il suo rapporto con il padre? Perché, infine, decide di far arrestare Elder? Forse, in fin dei conti, per proteggerlo e permettergli una vita migliore, una vita lontana da lui? Può darsi.

Il film lascia certamente tanti punti interrogativi, ma, in coscienza, non se ne può ignorare il coraggio, il coraggio di raccontare una storia che lascia il nodo in gola, lo stesso nodo che abbiamo per quelle storie che, forse, in fondo, non vogliamo sentire, vedere o vivere.