Vivere senza scrivere non vivo

marzo 25th, 2016 | by Sofia Frigerio
Vivere senza scrivere non vivo
Pavia

L’itinerario proposto dalla mostra “E con la vita avrebbe ancora giocato…- Pavia per De André” non è lineare e non è scontato: si snoda attraverso le vicende, le connessioni reciproche e la sensibilità di due autori, Fernanda Pivano e Fabrizio de André, che, in momenti diversi, ma con grande vicinanza d’intenti, hanno letto e maneggiato – a modo loro vivificato – la materia prima di questa storia. Un terzo autore, Cesare Pavese, fu amico intimo della Pivano (oltre che professore ai tempi del liceo) ed ebbe un ruolo di primo piano nelle vicende, spesso difficoltose, che portarono alla pubblicazione per Einaudi della prima traduzione italiana dell’Antologia di Spoon River, nel 1943.

La materia prima di questa storia, “The Spoon River Anthology” di Edgar Lee Masters, è costituita da duecentoquarantaquattro poesie, in cui si intrecciano diciannove storie e duecentoquarantotto personaggi. Una materia abbondante, strabordante quasi, frammentaria per natura – per la forma poetica e l’intento tematico. Il fine sarebbe, appunto, quello di collezionare i drammi degli abitanti -defunti – di una piccola cittadina d’invenzione e quindi renderli nella forma dell’epitaffio, un’iscrizione sepolcrale in versi, contenente lodi al defunto. Tre elementi, dunque: il dramma che il defunto visse da vivo – e che può o meno coincidere con quello che lo portò alla morte; l’intento classicamente commemorativo e celebrativo dell’epitaffio; la volontà che questa memoria duri nel tempo, che non perisca.

Dentro a questi tre elementi descrittivi e quasi storici dell’antologia se ne insinua tuttavia un quarto, che forse sarebbe più corretto definire presentimento. Mi riferisco all’ironia. Le voci dei personaggi ci arrivano senza che la mediazione (la finzione) si palesi: come se si stessero rivolgendo direttamente a noi. Ascoltiamo le loro vicende e vogliamo credere che corrispondano alla verità, che ne siano un resoconto fedele: certo una sorta di estrema, orgogliosa o stanca giustificazione, però fondata. Ma procedendo tra le poesie ci rendiamo conto che il numero dei personaggi – e quindi dei punti di vista – prevale largamente su quello delle storie (solo diciannove), e che dunque ciò che Lee Masters ci consegna non è un rapporto o una telenovela, ma una coralità di voci discordanti e una pluralità di interpretazioni che raramente permette, a noi che leggiamo, di districare la verità, e con questa di stabilire una cronistoria dei fatti di Spoon River.

Non solo, l’inganno è doppio: perché questi personaggi così ben caratterizzati, così vividi e quasi intimi nei loro racconti e nelle loro rivendicazioni, ci parlano da morti (si potrebbe dire che la morte del personaggio è insieme l’occasione e la premessa di ogni poesia) e dunque l’illusione del loro rivolgersi direttamente a noi è compromessa nell’ambito stesso della finzione letteraria.

Eppure l’ironia di Masters, pur così presente all’interno dell’antologia (così permeante che a trascurarla traviseremmo forse lo spirito di tutta l’opera), tuttavia non priva le sue storie di sostanza emotiva, non ne sminuisce il dramma. Le voci che ci parlano e le loro piccole vicende non hanno meno verità di quelle che ci sentiamo raccontare nella vita di tutti i giorni, e nello spazio della poesia esigono la nostra partecipazione; di più, la nostra approvazione.

Potremmo anche figurarcela, questa ironia, come un guizzo birichino nello sguardo dell’autore, nell’istante stesso in cui realizzò il doppio inganno implicito nelle storie che prendevano forma sotto le sue mani; in ogni caso, essa non si volge mai in scherno, non è mai commiserazione.

E’ proprio a questa ironia che si riferisce Fernanda Pivano, che per la prima volta tradusse in italiano l’Antologia di Spoon River, quando, in uno dei saggi contenuti nel suo Leggende Americane, scrive: […] morti quasi sempre ironiche e comunque sempre ironici destini dopo la morte, ironia intrisa di dolore, l’ironia di Anatole Franco citata come premessa all’edizione americana del 1924: “L’ironia che invoco non è divinità crudele. Non beffa né l’amore né la bellezza”.

Stregato dalla varietà e dal colore di quelle storie che via via gli venivano raccontate, Masters iniziò a desiderare di “scrivere un libro su una cittadina di campagna, ma tale da avere tanti personaggi e tanti fili e modelli da diventare la storia del mondo intero”; così fece e si trovò a scribacchiare poesie nel tempo libero, sul retro degli scontrini e delle liste della trattoria, per arrivare a quella che desiderava fosse “una rappresentazione epica della vita moderna”. In essa, tuttavia, la Pivano riconobbe piuttosto “una rappresentazione della vita moderna”. Altrove è la traduttrice stessa a spiegare il senso di questo spostamento di accento, del rifiuto consapevole di una lettura “epica” dell’antologia (e di questo rifiuto occorrerà tener conto nel pensare lo spirito che animò la sua traduzione; e che ritroviamo, in termini pressoché identici, nelle nove canzoni di Non al denaro non all’amore né al cielo): “Era una realtà quotidiana, umile, sommessa; una realtà che appoggiava su piccoli, limitati sentimenti; su piccole, limitate ambizioni: una realtà che escludeva qualsiasi possibilità epica, qualsiasi esaltazione sonora.”

E’ necessario a questo punto precisare che la mostra non tratta – o lo fa solo in minima parte – della Spoon River Anthology; si potrebbe dire che il personaggio di Masters – e la complessità delle sue intenzioni e interazioni – sono sostanzialmente assenti.

La mostra tratta, oltre che della complessa vicenda umana (tra la Pivano e Pavese) ed editoriale che accompagnò la pubblicazione in Italia dell’antologia, nel pieno della seconda guerra mondiale, anche delle già citate nove canzoni che compongono l’album di De Andrè Non al denaro non all’amore né al cielo, per la scrittura delle quali il cantautore genovese lavorò proprio sulla traduzione della Pivano, e da cui si fece anche consigliare per la scelta dei testi da “rimaneggiare”.

L’Antologia di Spoon River ha rappresentato qualcosa – per la Pivano, per De Andrè e per tutta una generazione di giovani che si trovarono tra le mani quel volumetto con la copertina bianca orlata di verde – ha rappresentato qualcosa che ha probabilmente poco o nulla a che fare con lo spirito con cui l’autore, quasi trent’anni prima, l’aveva consegnata al pubblico americano.

Che cosa vi abbiano letto i giovani italiani di allora, di quale significato l’abbiano investita, Fernanda Pivano prova a spiegarcelo riandando con la memoria – e parole fervide e uno scandaglio quasi psicanalitico – alla sua scoperta dell’antologia. “[…] e col tempo l’esperienza si approfondì individuando, coi temi di quel contenuto, il mondo che lo ispirava: la rivolta al conformismo, la brutale franchezza, la disperazione, la denuncia della falsa morale, l’ironia antimilitarista, anticapitalista, antibigottista: la necessità e l’impossibilità di comunicazione.”

E ancora, in un altro scritto: “per noi che eravamo giovani allora, Spoon River significava molte cose: la schiettezza, la fede nella verità, l’orrore delle sovrastrutture. Forse significava amore per la poesia; certo significava amore per quella poesia.”

C’è tutto, in queste righe: c’è soprattutto l’urgenza, la smaniosa fame di parole vere e di ricongiungimento ad una smarrita idea di verità; c’è l’idea che quest’ultima debba essere, non meno che la poesia, una verità scarna, depurata, non corrotta.

Lo stesso destino umano ricorrente che Masters aveva intuito nelle storie tragiche degli abitanti dei due paesi, e che è in definitiva ciò che ha voluto fissare nelle sue poesie – non riducendolo a massima o a slogan ma rendendolo a noi così come a lui era stato consegnato, in una pluralità di voci – ecco che questa stessa intuizione diventa, nella Pivano, tentativo di rendere accessibile, soprattutto ai giovani della sua generazione, un’alternativa poetica (che è come dire di vita) alla “roboanza dell’epicità a tutti i costi in voga nel nostro anteguerra”. In questa alternativa si inserisce De Andrè, il cui intento è sostanzialmente identico e si concretizza, ancora una volta, in un appassionato tributo a questa umanità ricorrente che in mille forme e in mille destini esige che la si scavi al nocciolo; e così bene lo ha fatto, così fedelmente a quello che la Pivano riconosceva come lo spirito dell’opera, che lei stessa gli lasciò scritto in dedica, su una copia dell’antologia esposta in mostra: A Fabrizio de Andrè, molto più bravo di Masters a muovere le anime di questi personaggi dolenti. Con riconoscenza. Nanda Pivano.