Perché proprio l’Iraq?

gennaio 26th, 2016 | by Barbara Palla
Perché proprio l’Iraq?
Attualità

Siria e Iraq condividono numerosi elementi della loro storia. Entrambi furono la sede di un Califfato, Umayyade e Abbaside, entrambi dunque importanti centri di fervore culturale e religioso del passato e dell’epoca moderna. Purtroppo condividono anche una storia post-coloniale simile, che però si conclude nella disintegrazione statuale, con una popolazione afflitta dal susseguirsi di guerre civili. Non ultima l’imposizione ancora incerta, sui due territori, dello Stato Islamico (cosìdetto), che sembra chiudere il cerchio dato che il suo stesso leader si è autoproclamato Califfo.

Come nel caso della Siria, anche l’Iraq è uno Stato che è stato disegnato più dal regime internazionale dei mandati più che da un vero movimento nazionalista omogeneo. La Gran Bretagna, potenza influente in Iraq, aveva diviso la sua zona di influenza in varie unità amministrate in modo chiaramente distinto. L’ antica Mesopotamia era divisa in tre regioni che facevano capo a tre città Mosul, Baghdad e Basra. Tre regioni eterogenee dal punto di vista demografico: il 80% della popolazione era araba musulmana a maggioranza sciita, il restante 20% erano Curdi, gli altri gruppi di minoranza erano Assiri cristiani e una grande comunità ebraica soprattutto a Baghdad. I Curdi erano al nord ma non si limitavano all’Iraq. Si può parlare (ancora oggi) di un “Kurdistan” più o meno omogeneo come una regione che travalicava i confini di Turchia, Siria, Iraq e Iran. Quando gli inglesi iniziarono a muoversi per procedere all’unificazione delle tre province i Curdi si ribellarono: non si ritenevano arabi, parlavano una lingua indipendente e avevano una cultura diversa, non volevano essere inclusi nel nuovo Stato. Piuttosto ne volevano uno indipendente.

Già in epoca ottomana, in tutta la regione che ricade oggi sotto il nome di Iraq, il sistema di controllo centralizzato non si era propriamente radicato, era rimasto solo a un livello superficiale. L’organizzazione sociale girava intorno alle differenti lealtà etnico-tribali. Fu, dunque, particolarmente difficile per la Gran Bretagna individuare una forma di governo adeguata, per questo ne inventò una e ve la impose. Per interessi incrociati che sarebbe troppo lungo spiegare in questa sede, gli inglesi crearono in Iraq una monarchia guidata dal re hascemita Faysal.

La monarchia così creata, inaspriva i problemi legati alla complessa composizione della popolazione, soprattutto perché rispondeva positivamente al richiamo del Panarabismo (come anche la Siria). Ma maggioranza sciita dei musulmani non era rappresentata all’interno del paese e in un mondo panarabo sarebbe stata ulteriormente marginalizzata. I Curdi, benché musulmani sunniti, erano contrari alle idee panarabe, principalmente perché non si sentivano arabi, e poi perché erano in una continua lotta con il governo ottenere autonomia e indipendenza. Qualsiasi riforma era bloccata perché mancava del sostegno politico necessario, impossibile dunque pensare a una riforma sociale.

Nel 1958, gli Ufficiali dell’esercito (come in Siria) fecero un colpo di Stato durante il quale uccisero il re, il principe e il primo ministro, la monarchia inventata dalla Gran Bretagna finiva dopo soli 36 anni di esistenza. Come in Siria, il rovesciamento del regime diede vita a una grande quantità di partiti politici e di espressioni ideologiche, tra questi c’era il Partito Ba’ath. I regimi militari successivi al colpo di Stato promettevano delle riforme anche sociali ad ampio spettro, il mantenimento del governo richiedeva degli sforzi talmente ingenti che nessuno dava applicazione ai propri programmi. Inoltre l’esercito subiva le stesse forze centrifughe della società, per cui raccogliere consenso politico per chiunque era impossibile.

La situazione cambiò dopo l’ennesimo colpo di Stato nel 1968, quando il potere venne preso da Saddam Hussein. Egli, come Hafiz al-Assad, era un uomo di umili origini, nato in una famiglia araba sunnita (al-Assad era arabo alauita quindi sciita) di contadini della città di Tikrit. Si trasferì a Baghdad per proseguire i suoi studi ma furono interrotti dalla militanza politica e dal suo ingresso nel Partito Ba’th. Scalò rapidamente i gradini del partito e anche quando fu vietato continuò a portare avanti le attività anche in modo clandestino. Quando prese il potere, non ne assunse direttamente la guida, rimase in posizione defilata, dietro Hasan al-Bakr ma i fili erano tirati da Hussein stesso. Al governo e nelle posizioni di potere aveva nominato tutte persone che proveniva dalla sua città Tikrit (al-Assad aveva formato un governo unicamente con i suoi accoliti alauiti). Nel frattempo, dirigeva tutta una serie di agenzie segrete di informazione che gli permettevano di gestire e accrescere il proprio potere. Espandeva (imponeva) il Partito Ba’ath in tutti i settori della vita sociale, cercando di comprimere tutte le differenze sociali in un’unica voce, in un’unica rappresentanza.

Nel 1979 successero due cose fondamentali. Da un lato Saddam Hussein prese la guida ufficiale dell’Iraq e di tutti i suoi organi politici. Dall’altro in Iran il regime dello Scià venne rovesciato dalla rivoluzione dell’Ayatollah Ruollah Kohmeini, che dava vita alla Repubblica Islamica (sciita) di Iran. Nell’ottica di indebolire il suo vicino, l’Iran sostenne anche (oltre a chiamare la comunità sciita a ribellarsi al potere) le richieste indipendentiste dei Curdi localizzati lungo il confine iraniano-iracheno. L’appello universale ideologico sciita si poneva in aperto contrasto con le istanze secolari e nazionaliste del Partito Ba’ath. Questi due eventi hanno avuto delle conseguenze enormi sulla storia successiva. La tensione regionale tra i due paesi, esplose in una guerra, che doveva essere rapida ma invece durò otto anni con conseguenze economiche e umane terribili. Nel fuoco incrociato tra Iran e Iraq, a pagare furono i Curdi lungo il confine e i pozzi di estrazione petrolifera, motore dell’economia irachena. Le divisioni mai sanate si inasprirono, la società divenne un puzzle tenuto insieme solo dalle imposizione del Partito, del regime.

La conseguenza fu un’altra guerra, l’invasione irachena del Kuwait nel 1990. L’Iraq la portò avanti per rimettere in piedi la sua economia, ma attirò nella regione la presenza, dapprima temporanea e poi permanente, dei militari americani. Gli Stati Uniti intendevano, con un intervento nella regione, contenere le minacce presenti all’ordine mondiale ideologico (Iran) e politico (Iraq).

L’escalation delle tensioni, l’intransigenza di Saddam Hussein e la necessità di assicurare la stabilità nel mercato del petrolio, portarono gli Stati Uniti ad agire militarmente nel 1991. Le operazioni durarono un mese, un mese, ma il dispendio umano e militare fu ingente.

La popolazione sempre più afflitta, insorse in un tentativo di guerra civile, aiutati dai militari disertori che si sentivano abbandonati dallo Stato. Saddam manteneva comunque il potere internamente, ma esternamente era posto sotto stretto controllo, sia dal punto di vista economico che militare.

Gli Stati Uniti davano la priorità al contenimento della minaccia irachena, ma non si rendevano conto di come le sanzioni economiche sul paese stavano cambiando gli scenari interni, e non potevano neanche prevedere le reazioni che questo avrebbe provocato. Per rispondere infatti alle ristrettezze economiche, Hussein promosse, e lasciò che si diffondesse, un nuovo fervore religioso che alleviasse quei dolori. Fervore religioso sunnita che presto si trasformò in Salafismo, nella predicazione cioè della ricostruzione della società secondo i canoni che aveva seguito lo stesso Maometto.

Dieci anni più tardi, gli Stati Uniti pagarono lo scotto delle politiche mediorientali. L’attacco alle Torri Gemelle, ancora avvolto da alcuni misteri, è stato un segnale evidente dello spostamento di quegli equilibri, una dichiarazione internazionale che la presenza occidentale nelle centro-orientali era diventata intollerabile.

L’attacco fu rivendicato da al-Quaida, la Base, che nulla aveva a che vedere con Saddam Hussein. Il leader di al-Quaida era Osama Bin Laden, un saudita, rifugiatosi in un luogo ameno delle montagne dell’Afghanistan, dal quale dirigeva una guerra asimmetrica che terrorizzava l’Occidente.

Gli Stati Uniti avevano bisogno di trovare un legame tra al-Quaida e Saddam Hussein che giustificasse un intervento, che ponesse fine a quella spada di Damocle posta sulla testa americana. Il legame fu offerto dai servizi segreti curdi che individuarono l’anello mancante nella persona di Abu Musab al-Zarqawi. Nessuno ancora sapeva niente di lui, ma i servizi di informazione americani lo ritrassero in modo così evidentemente diabolico che ne ingigantirono la figura, un processo propagandistico di demonizzazione, che doveva mantenere gli occidentali nella Coalizione e rispondere al dolo provocato dall’attentato. Fu proprio al-Zarqawi, in più di tutti gli altri motivi rivelatisi poi meno concreti, a portare alla decisione di invadere l’Iraq nel 2003.

Proprio la figura di al-Zarqawi riporta il nostro discorso al presente e al parallelo con la Siria.

Nel 2004 fu riconosciuto come leader di al-Quaida in Iraq dallo stesso Bin Laden (e dal suo #2 al-Zawahiri), ma si discostò rapidamente dal gruppo originario in quanto non condivideva gli obbiettivi di Bin Laden. Creò il Tawid al-Jihad, che divenne poi Stato Islamico del Iraq (Isi). La sua guerra si combatteva su due fronti, uno contro gli sciiti, che dovevano essere eradicati dal mondo musulmano, e l’altro prevedeva la creazione di una base territoriale solida che avrebbe permesso poi di combattere gli Stati Uniti e la Coalizione. Le idee di al-Zarqawi circolavano nelle prigioni, nel famoso Camp Bucca, dove arrivarono alle orecchie di al-Baghdadi. Quando quest’ultimo uscì di prigione, al-Zarqawi era stato ucciso dagli Stati Uniti, partecipò ai conflitti intestini per ottenere poi nel 2010 la direzione del movimento iracheno, un successo che gli veniva dalle sue idee molto simili a quelle del leader defunto. Particolarmente impressionato dall’effetto che la propaganda americana aveva avuto nel creare il “mostro al-Zarqawi”, al-Baghdadi riprese gli stessi strumenti e li usò a proprio vantaggio. Unendo pragmatismo, propaganda e fervore religioso, si costruì un nome nella regione. La mediatizzazione passò in sordina perché gli Stati Uniti avevano altre gatte da pelare, ma attirò in Iraq numerosi militanti e militari, soprattutto iracheni che non potevano essere re-impiegati nell’esercito e che provavano un generale senso d disillusione nei confronti del proprio paese.

Il movimento travalicò in Siria quando si unì ad una parte del gruppo del Jabat al-Nusra, nato dalle macerie politiche siriane come sezione locale di al-Quaida.

Nel frattempo in Iraq il governo, la democrazia esportata dagli Stati Uniti, aveva dato vita a un nuovo governo sciita nelle mani di Nouri al-Maliki. Tra il 2006 e il 2014, con il sostegno degli Stati Uniti era iniziato il lento processo di ricostruzione dell’Iraq. Tuttavia il governo aveva un effetto nelle zone di Baghdad e oggi forse non controlla nemmeno più la sua capitale. Se il resto del paese è sempre stato legato alle dimensioni locali, oggi la mancanza di autorità è ancora più vera. Un terreno fertile, dunque, per qualsiasi leader anche se militare, capace di fornire alla popolazione i beni di prima necessità in quelle zone in cui lo Stato è assente e dove le lealtà politiche non esistono più.

In conclusione, è importante porre l’attenzione su due dettagli: il governo iracheno “democratico” è sciita. Inutile dire quanto questo abbia rafforzato il fervore militante di al-Baghdadi. Seconda e ultima (promesso!) cosa, nessuno si è interessato al movimento dell’ISIS fino a che questo non è travalicato in Siria (l’altra ‘no man’s land’) fino a che, dunque, non è stata sancita la nascita del Califfato 2.0.