Birra

dicembre 18th, 2015 | by Inchiostro
Birra
Concorsi

Vi proponiamo “Birra”, scritto da Luca Blardone, racconto che si è particolarmente distinto tra tuti quelli pervenuti per il concorso letterario “Inchiostro a volontà – Dopo la terza birra”, indetto quest’anno da Inchiostro, il giornale dell’Università.

 

Dopo la terza birra, a volte non ho niente da dire.
Sabato sera. Dopo la terza birra cambiamo bar. Camminando incontriamo gente, ci fermiamo a parlare. Iniziamo discorsi che dimentichiamo di concludere. La gente in giro pare essere sempre la stessa. Ci ripetiamo che le strade sono uguali, ci ripetiamo che la serata non è abbastanza giusta. Siamo in gruppo, indecisi su dove andare, chi incontrare, cosa fare.
Finiamo in un dehors semivuoto, ci guardiamo in giro, scambiamo altre parole, ci guardiamo in faccia, fumiamo un sacco di sigarette. Beviamo un amaro, fumiamo altre sigarette. Guardiamo chi ci siede attorno, e appaiono tutti più soddisfatti di noi. Tiriamo fuori qualche storia strampalata, eventi di serate passate, in cui ci siamo sicuramente divertiti di più. Qualcuno tira fuori un cellulare, guardiamo un video e un’aragosta irachena balla mentre Peter Griffin suona la chitarra come un mariachi. Scoppiamo a ridere e rimaniamo in giro fino alle cinque del mattino.
Un martedì. C’è ancora il sole del tardo pomeriggio. Esco di casa, prendo la bici e vado in centro. Bevo un caffè, chiamo Emma. Mi racconta qualcosa che non capisco, ma che sarà presto lì. Quando arriva è con un’altra ragazza, è carina, ma non sorride. Offro il primo giro, Emma il secondo. La ragazza carina ha un nome che non ricordo, scherza, dice che è povera e mangia solo riso in bianco. Le rispondo ridendo che è tirchia, io ed Emma paghiamo il terzo giro di birre.
Quando le birre arrivano, la ragazza carina rovescia la sua sulla borsa di Emma. Io comincio a ridere, e me la rovescio addosso. L’amica di Emma sogghigna.
Le manca un dente. Le chiedo dove l’ha perso.
Un giovedì. Apro il frigo, prendo una delle bottiglie che ho comprato. La casa è vuota ed è notte fonda. Torno davanti alla tv. Sullo schermo, Jean Reno insegna a sparare a Natalie Portman. Natalie Portman spara e colpisce l’obbiettivo, un uomo che corre per Central Park. Bevo la mia terza birra e penso che sono una persona che manca di empatia. Il proiettile di Natalie Portman era finto. L’uomo è vivo, ha solo una macchia rossa addosso. Jean Reno ripete che la prima arma che si insegna ad usare a un killer è il fucile da cecchino e l’ultima il coltello.
Venerdì, una e mezza di notte. Sto bevendo la terza birra di stasera. È calda e fa schifo. Il mio amico Mari è seduto di fianco a me. Siamo fuori da un locale nella città in cui sono nato ed è la notte di Natale. Intorno a cui c’è il nulla e per quella sera facciamo a meno di ascoltare rockabilly. Non ci vediamo più molto spesso da quando abitiamo in città diverse. Mari comincia a parlarmi della sua ex ragazza.
È ubriaco. Mi dice quanto ama India. India è la mia tipa, ripete. Era, si corregge. Comunque lo è stata. Che tipa che era, matta come un cavallo. Se non era amore il nostro, non so cos’altro potrebbe esserlo. Qualche volta, ma non sono sempre così. Sono un tipo realista. Io l’amavo. Si alzava la mattina e mi chiedeva di farci un bong. Come fai a non amarla una tipa così, mi chiede.
Scoppio a ridere, rispondo che non riesco proprio a immaginarlo.
Dice che l’ha anche incontrata in un bel posto. All’università.
Mari inizia a chiedermi che cosa ne pensavo di lei, perché il giudizio degli altri a volte è
importante, se sono i tuoi amici, dice. Lei, India, faceva comunicazione interculturale. Mari racconta che dopo essersi incontrati, l’istruzione era scivolata un po’ in secondo piano. I corsi per lui erano interessanti, ma dal leggerli sulla carta ad andare in aula a seguirli era qualcosa che aveva cominciato ad essere impegnativa con India vicino.
Io rido, perché come lo racconta è divertente, ma mi sento anche dispiaciuto senza una precisa idea del perché. Gli chiedo qual è l’ultimo libro che ha letto, per cambiare argomento. Mari rutta e risponde che ama la letteratura e basta. La amo sul serio, cazzo, non è che leggo per divertimento, ma per imparare. Si imparano delle cose leggendo, ripete convinto, non le applichi, ma le impari. E India era proprio come me, credo che la decisione di piantare l‘università l‘abbiamo presa quasi assieme. Non ho mai trovato qualcuno che mi somigliasse tanto come lei, con cui stessi bene come lei.
Scuoto la testa. Gli chiedo dov’è finita India.
Lui spacca la bottiglia per terra e dice che è andata a Londra con Alex B. Gli rispondo che conosco Alex B. di vista, ma è di sicuro un coglione.
Lunedì mattina, marzo. Flavia mi sveglia e dice di piantarla. Flavia è la mia coinquilina. Non ho idea di cosa parli, ma finisce che l’accompagno al supermercato. Piove a dirotto e non abbiamo gli ombrelli. Prendiamo al volo un tram.
Il supermercato è vuoto, il supermercato è un discount con marche ignote e offerte sconcertanti. Flavia è più bassa e minuta di me, s’infila in un carrello e andiamo in giro comprando quello che ci ispira. Compriamo marshmallows, pomodori, succo di limone, sottilette, varie lattine di Red Bull e Coca Cola. Compriamo prosciutto, pizza, qualcosa che somiglia a un ananas, scatole di tè, biscotti, un preparato per torta, spinaci surgelati, pane in cassetta, asparagi. Prendiamo sei lattine di birra dal nome impronunciabile. Flavia la definisce birra ignorante e giura che non ne berrà ne anche una. Alle casse prendiamo dei sacchetti in più, e ce li infiliamo in testa per ripararci dalla pioggia. Rimaniamo in giro per la città per ore. Beviamo le birre, tre a testa. Flavia scatta foto alla gente, io ogni tanto indico qualcuno più ben vestito o che mi appare più interessante di altri da ritrarre. Tornando a casa, buttiamo via gli spinaci e lanciamo i marshmallows rimasti ai piccioni.
Sabato pomeriggio, si crepa di caldo. È agosto, ma per un sacco di gente è l’estate più calda degli ultimi cento anni. Non conosco nessuno abbastanza vecchio da confermarmelo, perciò non discuto. Ho la T-shirt attaccata alla schiena, uno zainetto sulla spalla e il sole sulla nuca. Seguo una coppia di amici, Ivanna e il suo ragazzo, nel bosco che ci circonda. Abbiamo bevuto tutti, ma solo a me gira un po’ la testa.
Ci allontaniamo dalle tende e dagli altri, oltrepassando la zona dove stanno finendo di allestire i palchi per i concerti e le esibizioni in programma la sera.
Il sentiero s’incrocia con altri sentieri. Noi incrociamo altre persone, alcune conosciute, altre no. Qualcuna è straniera, qualcuna solo più strana di altre. Salutiamo qualche volontario e delle ragazze con il corpo dipinto, con fiori e onde sulle braccia e sulle gambe.
Cominciamo a trovare qualcuna delle istallazioni artistiche e un gruppo di musicisti gitani. Ci fermiamo a guardare una lezione di shiatsu, e di sfuggita una di capoeira. Ci uniamo a un circolo di pittori di elefanti e dee Kalì, e dopo ancora, a gente svaccata su amache e poltrone appese ai rami degli alberi più robusti.
Riprendiamo a camminare, incontriamo meno gente. Comincio a rallentare il passo.
Ivanna e il suo ragazzo vanno avanti, parlando di una lezione di yoga, nascosta da qualche parte. Io mi fermo e loro non se ne accorgono. Fisso le loro schiene finché non le vedo sparire dietro una curva, in mezzo al verde brillante della vegetazione.
Mi accendo una sigaretta e imbocco un altro sentiero.
Sovrappensiero seguo dei nastri rosa che ondeggiano, finché, non rischio di finire in una ragnatela di spessi fili rossi, tesi tra gli alberi di una radura. Sono a centinaia. Vanno da un albero all’altro, molto più in alto, molto sopra di me. Sono legati a tronchi e rami, incrociandosi più e più volte. Mi ci infilo in mezzo, cercando di non toccarne nemmeno uno.
Al centro della radura, mi siedo per terra, tiro fuori una Weiss dallo zaino e l’apro con l’accendino. Me la bevo e accendo un’altra sigaretta, guardando il cielo blu e senza nuvole, tagliato in poligoni irregolari. Il mal di testa è diminuito e sopra di me c’è un mosaico sgraziato e perfetto.
Una sera di un giorno qualsiasi. Ordino un’altra birra, ho perso il conto. Mi riaccompagnano a casa all’alba, mi faccio una doccia e m’infilo a letto.
Alle nove ho lezione.