3. Una fallimentare goliardia

dicembre 16th, 2015 | by Inchiostro
3. Una fallimentare goliardia
Concorsi

Vi proponiamo “Una fallimentare goliardia”, scritto da Maria Grazia Corazzolla, terzo raconto classificatosi al concorso letterario “Inchiostro a volontà – Dopo la terza birra”, indetto quest’anno da Inchiostro, il giornale dell’Università.

 

«Si capisce subito!» disse il giovane, guardandolo dall’alto in basso «lei ha la faccia di uno che non si è mai goduto nulla e non ha mai provato niente». Poi aggiunse, spostando lo sguardo sulla bottiglia che teneva in mano e sorridendo con un angolo della bocca «Nemmeno una birra». Se ne andò, lasciando Onofrio Severi imbambolato, con gli occhietti porcini che si dibattevano impazziti nella rotondità eccessiva del suo volto roseo.

Il povero Onofrio era un omino piccolo, tozzo, con una calvizie incipiente. Ciò che di lui spiccava erano soprattutto quelle sue manie compulsive che lasciavano trasparire un certo livello di nevrosi ormai ineliminabile. Metodicamente e incessantemente ricercava l’ ordine, anche nelle minime cose: i calzini? piegati due volte e impilati l’uno sull’altro; i fazzoletti di stoffa? stirati impeccabilmente e riposti nel taschino della giacca; i soprammobili? posizionati con calcolata simmetria. Inoltre il nostro Onofrio Severi non sorrideva mai, perché (badate bene a cosa gli passava per il cervello!) gli pareva che quella smorfia che contraeva i muscoli del volto emettesse un fragore sguaiato che non rientrava nella geometria delle cose. E nemmeno guardava le persone negli occhi. Guai! Fissava, piuttosto, un punto impreciso e quando camminava i suoi occhietti erano sempre rivolti verso il suolo per evitare l’insolenza indagatrice degli sguardi degli estranei che non erano ammessi nella sua bolla esistenziale.

Dunque Onofrio, tutto preso dal celebrare devotamente questi rituali che scandivano la sua giornata, pochissima, anzi, nessuna attenzione avrebbe dovuto prestare all’affermazione del ragazzo. Onofrio si era permesso di rivolgere alcune lamentele per il chiasso che i giovani inquilini creavano con la loro baldanzosa allegria ricevendosi in risposta quest’ironica provocazione.

Il fatto è che qualcosa si scosse in lui quel giorno. Non un grande sconvolgimento, intendiamoci, semplicemente qualcosa incrinò la sua stabilità. Lui, uno che non si gode la vita? Bah, se l’era goduta eccome! E poi, cosa ne sapevano loro, quei ragazzini mezzi brilli, per dirgli come vivere?

Cercò di scacciare quei pensieri concentrandosi sulla sua routine quotidiana. Si recò al suo caffè, ma appena entrò si rese conto che qualcosa era diverso. Si guardò intorno un paio di volte ma non riuscì a capire: la clientela, il cameriere, il chiacchiericcio erano sempre gli stessi. Lentamente si avvicinò al bancone.

«Il solito?» si sentì chiedere.

Ecco! Ecco dov’era il punto! Il solito, lui non lo voleva più!

Si agitò sullo sgabello. Cosa gli dava fastidio? Che tutti lo ritenessero prevedibile? Che lui, il povero Onofrio Severi fosse etichettato, e chissà da quanto tempo, come una persona un po’ sbiadita? Ebbene, quel giorno non l’avrebbe più permesso: avrebbe dimostrato che lui aveva coraggio, sì, sì, un gran coraggio! Era un uomo di mondo, lui!

Preso da un improvviso slancio di prodezza inaspettata rispose: «No».

«Cosa le porto, allora?»

Spiazzato da questa domanda si sorprese a distogliere lo sguardo dalla collezione di birre posta sullo scaffale di fronte a lui e a portarlo dritto dritto sul volto dell’uomo. Colto da un brivido di esaltazione disse: «Una birra. Mi porti una birra».

L’altro rimase perplesso. Lo guardò come se stesse scherzando, ma quando vide che Onofrio rimaneva in silenzio, stretto nel suo completo che lo strizzava sulla pancia, si mosse e lo servì.

Onofrio, il povero Onofrio! Aveva il cuore che gli batteva all’impazzata! Stava uscendo da tutti i suoi schemi: impensabile!

Prese il boccale e bevve tutto d’un fiato. Alla fine emise un lieve sospiro e aspettò. Che cosa esattamente, non lo sapeva, ma dopo un momento così improbabile come quello qualcosa doveva pur succedere.

Invece non accadde proprio nulla.

Uscì, seguito da un’occhiata di disapprovazione del cameriere. Arrivò al lavoro in balia della delusione. Non si sentiva affatto meglio, anzi, quella sensazione di inadeguatezza si era acuita, diventando il suo pensiero dominante. Dopo qualche ora qualcuno bussò alla porta del suo ufficio.

«Dai, vieni di là con noi!»

Per un momento non capì, poi gli venne in mente: era il compleanno di qualche collega. Probabilmente qualcuno aveva portato anche una torta e si accingevano a brindare.

«Dai, vieni!» ripeté la donna.

Onofrio la guardò: i compleanni in ufficio rientravano in quella lista di cose che detestava con tutto se stesso. Contaminare la regolarità del lavoro d’ufficio con una sorta di patetica buffonata? Incredibile!

Si alzò meccanicamente e sì, quella volta si unì agli altri. Dopotutto lui era uno che provava tutto nella vita, sì, sì! Così, appena vide che accanto ai dolci c’erano delle bottiglie di birra ne acchiappò una e la sorseggiò.

Due birre in un giorno! Si sentiva ormai un’anima avventuriera, estranea a ogni forma di reticenza o paura. Tentò persino di abbozzare un sorriso. Era una fonte di sorprese, quel giorno. Cosa poteva ancora accadere!

Di nuovo rimase deluso: finiti i festeggiamenti tutti se ne tornarono al loro posto, compreso Onofrio, il cui animo si rabbuiò ulteriormente. Aveva fatto tutto a dovere: aveva preso qualcosa che non rientrava nelle sue abitudini e aveva rotto quel suo mondo di ordine credendo che a ciò dovesse per forza seguire un evento soprannaturale. Ma così non era stato. Finita la giornata lavorativa si diresse verso casa più stanco che mai. Giunto al suo piano sentì una musica provenire da quello superiore: stavano dando una festa. Giovani irresponsabili! Scosse la testa: stavano perdendo tempo in una vita sregolata e disordinata. Lui, invece, aveva trovato l’equilibrio e l’ordine e aveva l’intenzione di non rinunciarvici mai più.

Sentì alcuni passi alle sue spalle. Arrivò il giovane che lo aveva sbeffeggiato quella mattina. Si guardarono.

«Allora, com’è andata la sua giornata normale?»

«Benissimo» tagliò corto Onofrio.

«Ne dubito. Una noia, una vera noia sarà stata»

Onofrio scoppiò: «Giovanotto, non ho alcuna intenzione di vivere nel modo in cui vive lei. Non porta a nulla, sa? Ho provato due birre oggi!» E gli agitò davanti agli occhi le due dita tozze «Ho provato due birre e…niente! Non è successo niente! Niente di niente!»

L’altro, alzando le spalle, rispose: «Beh…perché non prova con una terza?» e allungò una delle bottiglie che teneva in mano. Calò il silenzio, poi Onofrio gliela strappò di mano e bevve. Il ragazzo scoppiò a ridere, gli diede delle pacche sulle spalle e lo trascinò al piano di sopra.

Ora, bisogna dire che, sebbene nulla di materiale fosse accaduto al povero Onofrio Severi, qualche piccolo mutamento in lui c’era stato. Durante la giornata una sottile nausea accompagnata da un senso di vertigini lo avevano perseguitato: era sul principio di una lieve ebbrezza. Proprio così! Evento mirabile: il turbinio di emozioni e birra unito a una certa dose di autosuggestione lo avevano portato a quella condizione.

Dunque quella notte doveva esser stata una gran notte: certamente compì grandi e memorabili gesta, abbandonandosi al fascino seducente della novità. Tuttavia, ciò che effettivamente successe rimase un mistero perché quando si risvegliò il giorno seguente si trovò con la faccia schiacciata sul pavimento, con una forte emicrania e l’impossibilità di richiamare i ricordi della serata.

Qualche mese più tardi uno dei ragazzi presenti a quella festa era in procinto di laurearsi. Uno dei suoi amici ebbe l’idea di appendere alcune compromettenti foto del laureando in giro per la città. Ebbene, se qualcuno si fosse fermato a guardarle attentamente avrebbe visto che in una di queste compariva anche un omino con la camicia mezza sbottonata e la cravatta che pendeva da un lato che si protendeva cercando di schioccare un bacione sulla guancia del futuro dottore che, stretto nel suo abbraccio, cercava di sottrarglisi come poteva, senza celare una nota di ribrezzo.

Fortuna che lui, il ritornato Onofrio Severi, non alzava mai quei suoi occhietti porcini dalla strada.