2. Un principio di principio

dicembre 15th, 2015 | by Inchiostro
2. Un principio di principio
Concorsi

Vi proponiamo “Un principio di principio”, scritto da Miriam Malinverno, secondo racconto classificatosi al concorso letterario “Inchiostro a volontà – Dopo la terza birra”, indetto quest’anno da Inchiostro, il giornale dell’Università.

 

Io non mi ritengo un uomo intollerante. Credo, però, di potermi concedere lo status di esaurito perché, da ormai due anni, non digerisco il fatto che questo sventurato varchi l’uscio del bar Moderno con le pezze alle ginocchia, l’odore dell’alcol addosso e barcolli fino alla prima sedia  libera attirando a sé tutta l’attenzione.

Non ho fiatato la sera di Halloween, perché non si può negare che quel volto stinto si mimetizzasse tra i ghigni sinistri delle maschere; e nemmeno quella in cui, durante la risottata, ha fatto cadere il piatto colmo sulle Hogan fresche di negozio della signora Petti. Ho sopportato ogni sera in cui, con la mano tremante dal gesticolare, ha insozzato tutto il tavolo di birra e, in silenzio, ho fatto il mio mestiere.

Ma non stasera. Da giorni tutti aspettiamo che si consumi il processo di Crescenzo Mezzago, show- man di grande fama che nega di aver evaso il fisco per milioni. È il caso mediatico che affascina milioni di spettatori, e domina un solo desiderio: fare giustizia. Bramosi di sapere se quel  disgraziato finirà o meno dritto in galera, avventori da ogni dove affollano il locale, e i bicchieri ordinati per placare i loro istinti infiammati non fanno che aumentare il mio conto in banca.

Quel furfante del signor Gomez si era ben premurato prima d’oggi di rintanarsi in casa a marcire ogni volta che al bar Moderno stazionava un numero spropositato di clienti. Non ama la folla, ma stasera ha realizzato con i pochi neuroni che gli restano non bruciati dall’alcol che più gente trova, più può fare ciò che gli riesce meglio: irritare il mondo con le sue pillole di presunta saggezza.

«Voi, signori, confondete la vostra vita con quella degli altri; e la criticate, perché in fondo è sempre più interessante. Il giudizio in massa è la vostra legge, perché vi hanno insegnato che il valore di un uomo sta dove i più credono che stia. Guardatevi bene da voi stessi, altro non siete che pedine sulla scacchiera della società». Biascica idiozie simili da quando è arrivato. E dà il meglio di sé, tutte le notti, dopo la terza birra.

Si dice che il galantuomo venga da lontano. La Pina, che ficcanasa nella routine di tutto il quartiere, ha scrutato con i suoi occhietti vispi l’avventore per mesi; poi, ticchettando sul bancone con l’indice e socchiudendo le palpebre pesanti di mascara, ha esibito il resoconto delle dicerie sul suo conto: anelli magici che resuscitano i morti, pennuti arcobaleno, fiori ipnotici infestano la terra da cui viene. È scampato alle guerriglie, ha vissuto per anni nella foresta amazzonica e ha venduto la moglie per imbarcarsi su un peschereccio diretto verso l’Europa. Si dicono tante cose sul signor Gomez, quello che si sa è che è piovuto qua come una piaga dal cielo solo per rompere l’anima al prossimo. E che, considerando la programmazione della serata, la fiumana delle oscenità che sta proferendo e la palese scocciatura dei clienti, è giunto il momento che faccia conoscenza dei carabinieri.

Già il signori Luigi, che solitamente ha un temperamento tranquillo, ha indicato l’estintore alla sua destra e l’ha minacciato di tirarglielo in testa. Accanto a lui, una coppietta ha sospeso le smancerie per lanciare un’occhiata carica di curiosità verso il nuovo predicatore. Sembra che tutti i presenti stiano per scaricare la tensione per il verdetto sul poraccio; ma a quello gli insulti passano da un orecchio all’altro, perché in testa non ha nulla per trattenerli, se non un’altra bottiglia di birra.  “Tanto tutto è troppo, basta quel che hai, e forse un giorno lo capirai…”

Solo quell’uomo può avere la faccia tosta di mettersi a cantare qualche dannato gruppo alternativo  in un momento di nervi così tesi.

«Riesco  a  percepire  la  vostra  frustrazione.  È  evidente  che  la  vita  che  tanto  agognate  vi  stia
distruggendo. Eppure io ho la soluzione: un bicchiere, una donna e una canzone».

«E quattro ceffoni. Forza, se ne vada: le sue pagliacciate non interessano a nessuno. A voler essere troppo saggi si rischia di passare per idioti»

risponde un avventore agitando il telefono.

Gomez è palesemente infastidito, perché non sa più dove andare a parare, e ora parla di arrivismo e di materialismo, ma l’alcol in corpo non lo soccorre nel discorso.

«Lei è inebetito da quell’aggeggio pieno di fesserie. Si sbarazzi di quel telefono e rifletta: vivere non è possedere». «Che? Ho da scommettere sull’innocenza di Mezzago e, se vincerò, le pagherò un centro per alcolisti anonimi». Ecco che quel maledetto inizia a perdere le staffe. È talmente fuori di sé: digli che è matto e ti ride in faccia, digli che è sbronzo e si sente incompreso.

«Soldi e potere. Credete che vi daranno tutto. Credete che le vostre mogli inizieranno a vedervi come qualcosa di più di un trofeo da mostrare alle feste e sgridare a casa per l’assalto al buffet. O che potrete dare la felicità che non avete ai vostri figli. Aprite gli occhi: quello che cercate sta da tutt’altra parte. Mostrate e dimostrate quanto potete, ma ci sono cose che non avrete mai».

Un dinosauro. Una notte con la signora Eva. La soddisfazione di vederlo sparire per sempre. Ognuno avanza la sua battuta e, anche se fanno tutte schifo, si ride per solidarietà.

Un altro bicchiere ed è quello di prima. Scordatevi che glielo abbia portato io: mia moglie Carla prova pena per lui perché non sa cosa sia una famiglia. La mia donna, ormai rovinata dai segni dei pensieri, mi ha confessato che sotto sotto prova invidia per quella speranza invadente e molesta che da anni il signor Gomez porta al bar Moderno. Io credo che in realtà provi compassione perché   vive in un bilocale di un palazzo fatiscente accanto al bar, fatica a pagare le bollette e ha solo un piccolo tubo catodico che funziona a seconda delle bizze del tempo e non trasmette che vecchi film in bianco e nero.

Sono arrivate le forze dell’ordine, ed è una liberazione. I due uomini in divisa entrano con tutta la calma del caso, interrompendo la nuova arringa del disgraziato. Immagino abbia spostato l’attenzione sull’argomento politico; ho udito a malapena qualcosa a proposito di una rivoluzione mentre portavo un hamburger al tavolo di due ragazzi distratti dagli iPhone. I carabinieri lo guardano come si guardano i matti e si limitano a tirarlo delicatamente per un braccio per guidarlo senza cattiveria nella volante. Sanno che non è pericoloso. È un pericolo quello che cerca di innestare nella testa dei miei clienti, perché se tutti la pensassero come lui saremmo qua in due, io veterano barista, e il vecchio Diego, il mio più caro amico, che tutte le sere ha assistito al patetico teatrino senza mai fiatare. L’unica volta che ha aperto bocca a proposito è stato per bofonchiare qualcosa sulla società che non funziona, è ottusa e non so che altre diavolerie. E ora scuote la testa e sussurra che abbiamo frainteso, abbiamo frainteso tutti; il signor Gomez professa «una rivoluzione interiore, una riscoperta di ciò che è più vero nell’uomo», e un altro mucchio di fandonie. Del partigiano ha solo quel cappellaccio che scuote in continuazione per dare enfasi al discorso quando alzare il bicchiere non gli basta più.

Colpevole. Il locale è in subbuglio, una danza di applausi, cinque battuti, salti sulle sedie; qualcuno esce scocciato a fumarsi una sigaretta, mancano le prove, alla fine i suoi talk-show erano esilaranti, un uomo con quel sorriso non può essere un criminale… In rete non si parla che di lui.

E anche il signor Gomez sembra piccato. Non gli importa nulla di Mezzago, ma mentre lo scortano fuori dal bar si limita ad abbassare la testa e a stare zitto perché quando non può predicare è un uccello al quale hanno legato le ali. Si gira un’ultima volta, e sottovoce sento che aggiunge: è  meglio bruciare che spegnersi lentamente.

Esaurito l’entusiasmo, tutto torna alla normalità. Dalle chiacchiere sul calcio, alle risatine delle pettegole, ai calici alzati. Io pulisco i bicchieri e intanto mi guardo le punte dei piedi, come da due anni a questa parte.