Il filo rosso che lega la violenza

dicembre 1st, 2015 | by Oriana Grasso
Il filo rosso che lega la violenza
Attualità

Ogni cultura e religione si è soffermata sul tema della creazione della prima donna. Per i cristiani Eva, causa della cacciata dall’uomo dall’Eden, per gli ebrei Lilith, ripudiata dall’uomo perchè ribelle, nella cultura ellenica fu Pandora (il cui nome significa “colei che ha tutti i doni”), meravigliosa ma portatrice di tutte le sciagure. Pandora custodiva un dono, un vaso, tanto prezioso quanto intoccabile, che non doveva aprire. La curiosità la spinse a guardar dentro, ma ciò portò all’uscita di mali quali la miseria, l’invidia, la pazzia, l’odio, la passione. Così questi mali dominarono il mondo e la causa era stata proprio quella donna.

Le donne sono spesso vittime di atti che ledono la dignità di un corpo indifeso nel momento dell’aggressione fisica o psicologica. Si parla spesso di violenza di genere, ma di che genere? La violenza, verso qualsiasi essere sia rivolta, è sintomo di una brutalità insita nella persona. Gli uomini distruttivi sono, come ci ricorda Omero, ciclopici, vedono con un occhio solo, si spaventano di fronte al femminile, che vogliono bloccare, castrare, coprire, come insegnano le tristi tragedie. Il fenomeno si evolve nella considerazione della donna, intesa come essere inferiore, capace di svolgere funzioni tradizionali quali accoppiarsi, procreare, dedicarsi ai lavori domestici, limitandola in ogni altra attività sociale. Connotati che delineano il ruolo della donna nelle varie culture del mondo.

Nella tradizione cinese ad esempiopiedi-cinesi-558821 la donna era debole ed umiliata in molti campi, la sua nascita era considerata di malaugurio, a volte venivano uccise se la loro presenza in famiglia superava il bisogno. Si sposava a fronte di un accordo del padre con un’altra famiglia e il termine sposa, fou, significa sottomissione e indica quella verso il marito. Un tipico rito era la pratica di fasciare i piedi, introdotta nell’uso un migliaio di anni fa da una concubina dell’imperatore. La fasciatura dei piedi era un mezzo per esprimere e rafforzare un nuovo concetto di castità femminile che la Cina era venuta sviluppando: una moglie casta doveva rimanere relegata in casa e non doveva farsi vedere nei campi e per la strada; camminare con i piedi fasciati rendeva l’incedere penoso e difficile. Avere piedi così piccoli e deformati limitava il movimento, forzando a una segregazione domestica che escludeva la partecipazione della donna alla vita sociale.
immhfffIn India la donna è considerata una sventura, se nasce. La sua vita è finalizzata al matrimonio, che avviene in età giovanissima, noto è infatti il fenomeno delle spose-bambine. La condizione si deteriora con la morte del marito; divenuta vedova la donna non parlava per un anno con i suoceri, tagliava i capelli e perdeva la sua dignità. Esisteva solo in relazione al marito. La pratica del Sati in vigore fino al 1829 prevedeva che la donna si gettasse sul rogo su cui ardeva il corpo del marito con il consenso dei presenti. Ella non aveva più ragione d’esistere in quanto dipendente dalla vita del marito. La pratica del Chaupadi, praticata nell’Ovest del Paese, prevede che la donna durante il periodo mestruale, in quanto impura e fonte di contaminazione, viva in baracche da sola, in balia di animali selvatici e intemperie.

In Africa la donna acquista una pafricaosizione sociale solo concependo il primo figlio; considerata in relazione al carico di lavoro e alla capacità procreativa. L’età media di una giovane sposa è di circa 13 anni; spesso viene unita a uomini con il triplo della sua età anagrafica che le tengono in condizioni di schiavitù, appropriandosi dei diritti di rappresentanza legale e usando la forza per insegnare alle  giovani mogli il loro posto nella società. Tutte le donne, quindi, hanno un solo vero ostacolo: la mentalità dei loro uomini.

im4ùNella cultura araba l’uso del velo, che ha origini antichissime, si trova documentato sia nel Codice di Hammurabi che nella Legge Assira. Nel tempo aumentò le sue dimensioni sino a coprire tutto il corpo. L’apice della segregazione e sottomissione femminile è rappresentato da due tipi di burqa: il primo copre completamente il corpo e il volto della donna è qualche volta è provvisto di una piccola rete per favorire la visibilità, il secondo è un velo che copre interamente la testa, lasciando scoperti gli occhi.
Si esasperano i concetti del Corano che considera il velo lo strumento tramite cui le donne possono distinguersi dalle concubine. Quindi l’uso del velo presuppone la possibilità, per il testo sacro, di essere riconosciute. Il burqa invece non permette l’identificazione e quindi la distinzione di uno stato sociale da un altro. Questo tipo di abito, obbligatorio in Afghanistan, è stato imposto dai Talebani, che nel 1996 stabilirono che le bambine dovevano indossare obbligatoriamente il chādor, mentre le donne il burqa.
La tradizione vittimizza la figura femminile, che spesso indossa il velo non per celebrare la propria cultura, ma per confermare la sottomissione alla figura maschile.

Una donna che decide di divorziare in America del sud si ritrova sul lastrico, questo perché la donna perde tutti i diritti ad avere un mantenimento e pertanto, nel corso di pochi mesi, si ritrova in una condizione di povertà assoluta. Gli stupri sono in crescente aumento e ribellarsi a tale pratica significa subire mutilazioni e sfregi.
In Occidente la donna acquisisce una sorte unica e contraddittoria, dovuta alla mistione di due entità: una ineffabile, angelica, creatrice e nobilitante per l’uomo, l’altra deviante, distruttrice, degradante, malvagia, diabolica e dannosa. La donna finisce per essere considerata meta del desiderio incontrollato dell’uomo, il quale non ammette il rifiuto. Numerosi in Italia sono i casi di donne vittima di violenza nei vari ambiti sociali, è fenomeno ampio e diffuso come rivelano dati ISTAT : sei milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri. Violenza che spesso nasce da relazioni concluse e dall’incapacità per l’uomo di accettare la perdita dell’essere che era diventato il punto focale della propria vita. Donne intrappolate in relazioni malsane che come calamite le attraggono a sé, impedendone ogni movimento, bloccandole nel corpo e nell’anima, subendone l’attrazione ed eliminando ogni forza opposta.

Usanza diffusa in passato nel meridione d’Italia era l’esposizione del lenzuolo,consistente nell’esporre sul balcone dei novelli sposi il lenzuolo macchiato di sangue dopo la prima notte di nozze, per mostrare la “virtù” della sposa. L’esposizione del lenzuolo oltre a decretare la fine della verginità, costringeva la donna a limitare la visione della propria virtù a quest’unico aspetto.

La Convenzione di Istanbul del 2011 costituisce il primo strumento internazionale vincolante sul piano giuridico per prevenire e contrastare la violenza contro le donne e la violenza domestica, fondata su 3 pilastri: prevenzione, protezione, punizione.
Le osservazioni all’Italia di Rashida Manjoo, Special Rapporteur delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne sottolineano come in “Italia siano stati fatti sforzi da parte del Governo, attraverso l’adozione di leggi e politiche, incluso il Piano di Azione Nazionale contro la violenza. I risultati non hanno però portato a una diminuzione della violenza sulle donne, né sono stati tradotti in un miglioramento della condizione di vita delle donne e delle bambine.”

Un filo rosso invisibile lega le tradizioni del mondo delineando il ruolo della donna. Tradizioni che sono parte integrante del quotidiano, assimilate sin da bambini, giustificando così quella “normale sottomissione” della donna. L’informazione, la possibilità di accedere al mondo del lavoro, di interagire hanno portato la donna a disegnare contorni nuovi alla sua vita. L’innovazione, accompagnata da un cambiamento profondo nella società, può portare a considerare la donna in quanto essere umano uguale a se stessa, guardando al di fuori di quella linea demarcata dalle tradizioni.