PUO’ IL PING PONG CAMBIARE IL MONDO?

aprile 27th, 2015 | by Niki Figus
PUO’ IL PING PONG CAMBIARE IL MONDO?
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Scrivo in un buon 25 Aprile. Ricordando… Come ognuno di noi dovrebbe fare ogni giorno.

Non ci si può dimenticare delle vittime, certo, ma non ci si deve neanche scordare dei carnefici.
Quando nella “vecchia” Europa si instaurarono i due totalitarismi, nazismo e fascismo, questi cercarono ben presto di ideologizzare ogni spettro della vita pubblica.

Mussolini, ad esempio, si impegnò a “spettacolarizzare” in modo patriottico, virile e pregno di virtù ogni azione del regime: dalle campagne di bonifica alla dichiarazione di guerra, passando anche dall’istruzione dei giovani al post-lavoro.
Un’unica grande macchina, una piovra che con la propria forza tentacolare cercava – molto spesso riuscendoci – di inoculare, imporre una certa ideologia attraverso qualsiasi mezzo disponibile.

Esiste una tanto ricca quanto interessante letteratura sulla propaganda e il controllo esercitato dai regimi – il sottoscritto riuscirebbe solamente a essere noioso.
Ampiamente riconosciuto e subito osservabile, però, è come Hitler e Mussolini si impegnarono nell’utilizzo dello sport come mezzo di legittimazione, espansione e rafforzamento del regime.
olimpiadi36primaLe Olimpiadi di Berlino 1936 e i mondiali vinti dall’Italia nel 1934 (giocati, per altro, in patria) e nel 1938 sono solo alcuni dei numerosi esempi riportabili. Di grande importanza e interesse, sono eventi che hanno condizionato, oltre alla sfera economica, legittimità, visibilità e popolarità del regime.

Tutti noi sappiamo come si concluse la guerra: gli alleati e la resistenza partigiana (anzi, le resistenze partigiane) fiaccarono e colpirono irreversibilmente i regimi, portando lentamente il mondo a confrontarsi con una nuova logica, quella dei due blocchi.
La guerra fredda tra USA e URSS condizionò la storia globale dal secondo dopoguerra fino, praticamente, alla caduta del muro di Berlino nel 1989. Per quasi cinquant’anni i due blocchi faticarono a parlarsi o non lo fecero affatto, mentre la popolazione mondiale temeva per lo scoppio di una guerra nucleare, a volte più vicina o più lontana.

Ancora una volta il ruolo delle ideologie imprigionava il mondo.
Tuttavia, in questo quadro, emerse un particolare avvenimento che cambiò per sempre la natura del conflitto, oltre che quella del mondo moderno.

All’inizio degli anni ’70 la Cina comunista era praticamente isolata dal mondo: non aveva pressoché nessun rapporto con l’Occidente, aveva da poco raffreddato i propri rapporti con l’Unione Sovietica e il “suo” seggio all’ONU era occupato dalla rivale Repubblica Democratica Cinese di Taiwan. Un regime che poteva contare solo su oppressione e dirigismo.
Tutto – quantomeno nelle relazioni internazionali – cambiò nel 1971. Zhuang Zedong, cinese pluri-campione mondiale di ping pong, si trovava in Giappone in occasione dei mondiali della categoria nella quale era un’autentica istituzione. Al campo di allenamento di Nagoya vi erano anche altre rappresentative nazionali: tra queste, ovviamente, anche gli Stati Uniti.
Glenn Cowan, uno degli statunitensi, decise di prepararsi fino a tardi, ma al termine dell’allenamento zedong2_2476343bscoprì che il pullman degli atleti States era già partito. All’uscita dall’impianto Zhuang, notando il collega americano rimasto solo, disse immediatamente all’autista di fermarsi: complice anche lo status dell’atleta – paragonabile, all’interno delle logiche di regime, a quello di un importante membro dell’esercito o della segreteria del partito -, il pullman si fermò e Cowan fece il viaggio con la squadra cinese. Nonostante i rapporti tra le due potenze. Quindici minuti, di cui dieci passati in disparte, salvo poi farsi coraggio e andare a sedersi qualche sedile più vicino all’americano. Zhuang aprì lo zaino e, tra le spille di Mao, prese un dipinto in seta raffigurante montagne cinesi: «Ti regalo questo oggetto come segno di amicizia dal popolo cinese a quello americano».
All’arrivo al “villaggio”, i media accorsero in massa per assistere ad un simile evento, di assoluta portata rivoluzionaria a quel tempo.
Cowan, poco dopo, regalò al suo collega cinese una maglia con il simbolo della pace, recitante “Let it be”, e rilasciò alla stampa dichiarazioni favorevoli circa la sua volontà di intraprendere un viaggio in Cina.
Mao accolse il tutto con favore e il 10 aprile 1971 la squadra di tennis da tavolo americana raggiunse il suolo cinese e si giocarono alcune partite d’esibizione tra le due nazionali.

(Per capire la portata di tale gesto, è utile specificare che nessun americano, nessuno, dalla fondazione della Cina Popolare nel 1949, era mai stato in visita ufficiale su suolo cinese)

fotoincontroQualche giorno dopo, sul piano internazionale, Nixon annunciò la fine dell’embargo americano su alcuni “prodotti strategici” cinesi e un suo viaggio in Cina, invitato da quest’ultima «conoscendo il suo desiderio di visitare la Repubblica popolare».

(Utile ricordare il sempre crescente ruolo che, a quel tempo, un professore di Harvard e consigliere dell’allora presidente Nixon, tale Henry Kissinger, stava guadagnando all’interno della definizione delle strategie da parte della presidenza)

Era iniziata la cosiddetta “democrazia del ping pong”: negli anni successivi Nixon – così come la squadra di tennis da tavolo americana – si recò più volte in Cina, consolidando un rapporto tra le due potenze che, alla luce della fine della guerra fredda, ha completamente cambiato i destini umani.

Lo sport passa dal gesto istintivo d’un atleta, destinato a restare per sempre nella memoria collettiva, nemmeno lontanamente paragonabile alla sfarzosità propagandistica degli avvenimenti sportivi dei regimi di ieri e, soprattutto, di oggi. Perché il controllo per nulla è paragonabile all’empatia.
Si dice che un rivoluzionario per essere tale debba essere “romantico”: e cosa v’è di più emotivo dello sport? Quello vero, capace di un enorme potere di comunione e fratellanza, non sottoposto a un’ideologia o un colore politico.
Perché in fondo, al di là dei nostri simboli e delle nostre bandiere, nelle competizioni sportive così come nelle relazioni tra stati, umani siamo, umani resteremo e umani dovremmo sempre ricordarci di essere.