SUNDANCE FILM FESTIVAL: “ON THE ROAD”

gennaio 4th, 2013 | by Inchiostro
SUNDANCE FILM FESTIVAL: “ON THE ROAD”
Cultura

di Silvia Piccone

Sembra ancora di sentirli quei poeti: “[…] pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi d’ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano […]”, quegli artisti di vita, vagabondi d’America, suonatori nati tristi amanti liberi. Difficile scriverne. Eppure c’è un luogo lontano, in cui i film su di loro, folli beatniks, ogni anno si sprecano, ed è la cittadina di Park City nello Utah che inevitabilmente significa Sundance Film Festival.

Pochi anni fa è passato di lì “Howl”, capolavoro sperimentale sulla scandalosa vita del poeta che più di tutti ha svegliato le menti della sua generazione grazie ai suoi scritti, Allen Ginsberg, interpretato da James Franco. L’anno scorso l’ha sfiorato “On the road” e quest’anno, al calar del mese, sarà la volta di altre due pellicole in tema.

Ma in principio fu “Pull my Daisy”. Scritto dallo stesso Kerouac, cui appartiene anche la voice over, fu la prima opera cinematografica a portare sugli schermi la controcultura beat. Un gioiellino interpretato e girato dai veri protagonisti, tra cui Gregory Corso e Allen Ginsberg, quelli che la beat generation l’hanno inventata. Quelli che si incontravano nei vecchi appartamenti newyorkesi, giorno e notte, tra la benzedrina e la promiscuità sessuale, a raccontarsi poesie sognando la rivoluzione. Quelli che hanno infranto i sogni di chi era convinto che questo film diretto da Frank e Leslie fosse pura avanguardia documentaristica.

“Porta il pardiso a Denver” disse Dean all’amico fraterno Sal.

Se solo Marlon Brando avesse acconsentito a collaborare con lui, oggi Kerouac non si rivolterebbe nella tomba per l’ultimo film firmato Walter Salles, “On the road”.

Malrecitato ed affrettato, poco romantico e lontano anni luce dall’atmosfera madre di un’epoca che nasceva sotto le note di quella musica nuova che il bebop era, vanta la sola buona presenza di Steve Buscemi commesso viaggiatore, unico talento capace a riportare tra i vivi un cast di per sé poco affiatato con Kristen Stewart, icona-vampira della quale conserva il pallore e gli attori tutti, destinati all’oblio, invasati da una frivola ninfomania gay allucinata ed inverosimile che in letteratura pareva possedere tutt’altro spessore poetico.

Ci riprovano quest’anno Michael Polish con “Big Sur” a raccontare la vita sfrenata di un Kerouac ormai quarantenne in ritiro spirituale, vittima del successo ottenuto negli anni ed in preda all’alcolismo, e John Krokidas con “Kill your Darlings” misterioso ritorno alla vita di Ginsberg, questa volta interpretato da Daniel Radcliffe, con un tocco thriller tra amori impossibili e cantori disperati.

“Il jazz si è suicidato” scriveva Kerouac, fate che il cinema non faccia la stessa fine.